Esperienze infantili: psicologi fissati?

30.11.2020
Foto di Lorena Martinez Pexels
Foto di Lorena Martinez Pexels

Da piccoli, attraverso le esperienze vissute con gli adulti che si prendono cura di noi, ci creiamo le "lenti" con cui osserveremo poi tutte le nostre relazioni future. Forse è il caso di capirci qualcosa...

In buona parte degli articoli di psicologia si trova il riferimento all'importanza delle esperienze infantili nella costruzione della propria identità. Ma perché si insiste tanto su questo concetto? "Quello che è stato è stato, ora guardiamo al futuro!", potresti dire. In parte mi trovi d'accordo, impegniamoci a costruire una realtà più soddisfacente, ma per fare questo non si può prescindere da quello che è stato.

Le numerose ricerche sulle competenze innate dei neonati ci portano ad affermare che nasciamo con una enorme capacità di sintonizzarci con l'altro, in particolare con chi si prenderà cura di noi (il caregiver), questo in sostanza perché abbiamo bisogno dell'altro per sopravvivere e quindi ce lo dobbiamo tenere ben stretto.

Comunichiamo inizialmente con il pianto, poi via via con i sorrisi, i vocalizzi, i movimenti del corpo, fin quando non impariamo a gattonare e camminare e abbiamo a disposizione nel nostro repertorio anche la possibilità di avvicinarci o allontanarci dall'altro. Ricorda, utilizziamo tutti questi strumenti comunicativi in sintonia con una sorta di potentissime "antenne" che ci consentono di percepire l'altro e di modulare le nostre risposte in base alle sue reazioni, per non rischiare l'abbandono.

Oltre a nutrimento e protezione dai pericoli, quello che ci spinge fin da neonati a ricercare l'altro è proprio la sua vicinanza, il suo affetto; i bambini conoscono il mondo attraverso le interazioni che hanno con chi si prende cura di loro: l'adulto nomina le emozioni, interpreta le intenzioni e risponde in maniera più o meno adeguata ai bisogni manifestati dal bambino.

Al pari del latte, queste interazioni sono vitali per i neonati: ricerche fatte da René Spitz negli orfanotrofi dopo la seconda guerra mondiale hanno dimostrato come l'assenza di contatto, attenzione, affetto e scambio, seppur con un nutrimento adeguato, portassero i neonati alla morte (articolo). Gli esseri umani, fin dalla nascita, si lasciano morire se lasciati a se stessi. Perché insisto su questo punto? Per farti capire quanto l'aspetto relazionale non abbia influenze solo sulle emozioni e le reazioni dei bambini, ma anche sugli aspetti biologici e vitali.

Dal lavoro di numerosi studiosi (Bowlby, Ainsworth e Main solo per citare i più famosi) è stato possibile introdurre il concetto di sistema di attaccamento, ovvero tutte quelle azioni che il bambino attiva per mantenere la vicinanza della persona che si occupa di lui e che puoi continuiamo ad utilizzare anche una volta cresciuti. Attraverso osservazioni sistematiche (Strange Situation) in cui il bambino viene lasciato prima solo e poi con un estraneo in una stanza piena di giochi per poi ricongiungersi con il caregiver, è stato possibile individuare 3 stili di attaccamento principali, che possono ritenersi basilari nell'esperienza di ciascuno di noi:

Foto di Marina Shatskih da Pexels
Foto di Marina Shatskih da Pexels

Stile di attaccamento insicuro evitante

Questi bambini, quando solo lasciati da soli o quando sperimentano sentimenti di paura, non manifestano sconforto o rabbia, ma anzi appaiono autonomi e concentrati sul compito, seppur da studi fisiologici è stato possibile rilevare un grado di attivazione elevatissimo a dimostrare il fatto che provano paura ma fingono di non aver bisogno di nulla.

Si è visto che questo comportamento nasce all'interno di una relazione con un caregiver insensibile ai bisogni del bambino, che scoraggia o rifiuta i contatti fisici quando questo mostra di averne bisogno. Il bambino impara quindi a fare da sé e a non chiedere attenzione perché sa che non gli sarà data risposta.

Stile di attaccamento sicuro

Questi bambini si arrabbiano e piangono quando il caregiver li lascia soli ma riprendono poi ad esplorare l'ambiente, per tornare a richiedere la vicinanza una volta ristabilito il contatto.

Sono bambini che hanno sperimentato un caregiver attento alle loro richieste e ai loro bisogni, che risponde adeguatamente se attivata, per questa ragione piangono solo in caso di reale necessità.

Foto di Susanne Jutzeler da Pexels
Foto di Susanne Jutzeler da Pexels
Foto di Marina Shatskih da Pexels
Foto di Marina Shatskih da Pexels

Stile di attaccamento ansioso-ambivalente

    Questi bambini piangono molto e sembrano essere inconsolabili, manifestano rabbia al rientro del caregiver e sembrano concentrati unicamente su questa figura, tralasciando completamente l'ambiente.

    Si è visto essere una modalità di comportamento tipica di bambini che hanno sperimentato interazioni con un caregiver imprevedibile, che può manifestare comportamenti affettuosi quando il bambino non li richiede per poi magari ignorarlo nei momenti di reale bisogno

    È stato individuato successivamente una quarta categoria, lo stile disorganizzato- disorientato tipico di bambini che mostrano risposte incoerenti, come ad esempio possono avvicinarsi al caregiver per cercare protezione ma una volta vicini lo picchiano. Questi comportamenti sono stati rilevati in bambini che hanno sperimentato relazioni altamente disfunzionali e patologiche, con caregiver spesso violenti, maltrattanti con gravi patologie o spaventanti (a volte non occorre essere violenti ma si spaventa il bambino con la propria paura nel prendersi cura di lui).

    Foto di Pixabay da Pexels
    Foto di Pixabay da Pexels

    Se sei genitore ti sarà salita l'ansia: KEEP CALM! E non fiondarti con la mente a individuare le reazioni di tuo figlio per farlo rientrare nella categoria giusta. Spesso non rientriamo perfettamente nei criteri che ho descritto, sono riferimenti utili per comprendere le esperienze di ciascuno e come possono influenzare le relazioni adulte, ma non descrizioni precise ed esaustive della realtà.

    Bene, ma come fanno queste esperienze precoci a condizionarmi da grande?

    Possono esserci due risposte:

    • La prima riguarda l'impatto che queste esperienze precoci hanno sullo sviluppo del nostro cervello (ma questo lo vediamo in un altro articolo)
    • La seconda riguarda gli "lenti" che utilizziamo per guardare le nostre relazioni, ovvero quello che Bowlby ha chiamato Modelli Operativi Interni.

    Per vivere all'interno di una realtà complessa abbiamo bisogno di scorciatoie mentali e i Modelli Operativi Interni svolgono questa funzione essendo degli schemi mentali con cui rappresento me stesso e gli altri nell'immaginarmi relazioni future.

    Ad esempio, se ho un attaccamento sicuro potrò pensare a me stesso come a una persona degna di essere amata e gli altri come persone pronte ad aiutare in caso di bisogno; viceversa se ho uno stile evitante penserò a me come ad un individuo non degno di essere amato e gli altri come persone da cui non è possibile aspettarsi nulla. Nel caso di un attaccamento insicuro-ambivalente si penserà a sé come individui che hanno l'intero onere e responsabilità nel mantenimento della relazione e agli altri come persone che si possono manipolare. Nel caso più sfortunato, invece, di uno stile disorganizzato potrò pensare a me come a una vittima oppure come un individuo verso cui provare disprezzo e paura e agli altri come minacciosi da cui bisogna sempre guardarsi

    Fortunatamente, pur avendo queste prime esperienze enorme influenza nel generare Modelli Operativi Interni e quindi aspettative e relativi comportamenti sulle nostre future relazioni, tutte le esperienze successive che facciamo possono modificare, in parte o in toto, questi schemi; pensiamo ad esempio al valore di alcune relazioni con insegnanti o allenatori sportivi significativi oppure alla psicoterapia.

    Nulla è definitivo, abbiamo sempre l'opportunità di cambiare, di trovare forme più adattive, che ci consentano di stare meglio, ma partire dalla consapevolezza di quello che è stato può permettere di individuare meglio la direzione da prendere.


    Se vuoi approfondire degli aspetti o chiedermi qualcosa in specifico non esitare a contattarmi! (pponzinibio@gmail.com)

    Consigli per approfondire

    • J.Holmes "La Teoria dell'attaccamento. John Bowlby e la sua scuola" Raffello Cortina Editore
    • D. Wallin "Psicoterapia e teoria dell'attaccamento" Il Mulino
    • P. Fonagy, M. Target "Attaccamento e Funzione Riflessiva" Raffello Cortina Editore